Perché Margherita Hack si sbaglia sul #referendum

by futuronucleare on 2011-06-12

Leggo in un articolo su “Il Riformista” che il Professor Margherita Hack ha detto “Voterò sì a malincuore” parlando del referendum sul nucleare.

Ma la cosa più stucchevole che trovo nell’articolo, per la penna di Edoardo Petti, viene dopo, quando Hack si mette a disquisire su come la proposta di Carlo Rubbia in merito all’uso del torio nei reattori nucleari di prossima generazione è la strada giusta da percorrere per arrivare ad un nucleare “pulito”.

Abbiamo quindi una Hack che da un lato vuole definitivamente uccidere il nucleare in Italia, mentre dall’altro esalta la ricerca innovativa sullo stesso nucleare che lei stessa ha contribuito ad uccidere con il suo voto al referendum.

Giova forse ricordare una cosa a tutti quelli che si fanno belli quando parlando di come la “ricerca” sia importante, e allo stesso tempo vanno a votare al referendum.

Forse infatti molti non capiscono che quando si parla di ricerca, ci sono due aspetti diversi, i quali sono entrambi da far ricadere nel campo della ricerca, anche se coprono due fasi temporali ben distinte nello sviluppo di una nuova tecnologia come potrebbe essere l’uso del torio in una nuova generazione di reattori nucleari.

La prima ricerca, quella più teorica, è forse quella più conosciuta a tutti. Si pensa quindi ai personaggi come Rubbia e ai loro team di scienziati che studiano grandi quantità di dati e che fanno simulazioni di vari tipi di soluzioni, fino ad arrivare (non sempre) ad un prototipo di un qualcosa che alla fine verifica la tesi che si vuole dimostrare, il tutto all’interno di un laboratorio.

Il secondo tipo di ricerca accade dopo questa prima fase, e accade quasi sempre in un ambito molto diverso dal primo, e cioé in altri laboratori, dove si trovano invece ingegneri che devono trovare la maniera per poter realizzare sotto forma di un prodotto commerciale quello che gli scienziati hanno realizzato nella prima fase. Un prodotto commerciale, con i suoi costi e i suoi benefici, i suoi problemi di costruzione e di installazione, di affidabilità, di addestramento, di riparazione.

Insomma, la seconda fase della ricerca è quella che permette ad un’idea poco più che teorica di diventare un prodotto. E molto spesso questa seconda fase è molto più lunga e complessa della prima, e certamente più costosa.

E chi fa questo tipo di ricerca? Nella quasi totalità dei casi questa ricerca viene effettuata da aziende commerciali, che hanno un budget di R&D (ricerca e sviluppo) che viene finanziato dagli utili che la stessa azienda ottiene dalla vendita dei suoi prodotti.

Immaginiamo quindi un’azienda come Areva, che spinge il proprio EPR su cui sta investendo da anni. Ebbene, a causa del referendum in Italia Areva non avrà a disposizione una fonte di utili da poter reinvestire in ricerca e sviluppo per i prossimi progetti, come magari la nuova generazione dei reattori al torio che tanto piacciono a Margherita Hack.

Ora capite perché penso che il punto di vista di Hack sia così sbagliato?

Tenere fuori dall’equazione la ricerca e sviluppo di un’Areva, di una Westinghouse, o di un’Ansaldo è una cosa assurda. Qui non siamo nel campo dell’IT dove per fare una startup bastano un computer ed una connessione ad Internet, ed una buona idea da sviluppare. Qui serve molto di più, soprattutto in termini di soldi, per poter fare in modo che un’invenzione verificata in un qualche laboratorio possa un giorno diventare qualcosa che abbia un significato da un punto di vista commerciale.

Ma forse il Professor Margherita Hack non ha mai dovuto lavorare con l’industria, come astrofisica. Forse i i budget per lo sviluppo dei tipi di ricerca che lei ha fatto venivano direttamente da fondi statali, verrebbe da pensare. E non c’è niente di male in questo. Solo che un conto è far pagare i costi vivi di ricerca a sviluppo a chi paga le tasse, un altro conto è farli pagare a delle aziende che lavorano per fare profitto. E se a queste aziende si chiudono in ogni modo le possibilità di fare profitto, chi pagherà la ricerca e sviluppo di Rubbia sul torio?

Ma forse Margherita Hack, che compie oggi 89 anni, non è poi così interessata a cosa capiterà nel futuro… buon compleanno Professor Hack!

 
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